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Biografia di Franco Pozzi
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Anche se non credo in un Dio ben preciso, il mio entusiasmo di vivere l’ho trovato negli ultimi; questi infatti non hanno niente, ma quello che hanno te lo donano con tutto il cuore.
Io la penso così, e tu?
Anche se non credo in un Dio ben preciso, il mio entusiasmo di vivere l’ho trovato negli ultimi; questi infatti non hanno niente, ma quello che hanno te lo donano con tutto il cuore.
Io la penso così, e tu?
Nella vita, come nel lavoro, se non ci metti l’entusiasmo nel fare il tuo compito, non combinerai niente di buono. Hai due gambe che camminano, ma non hai l’entusiasmo di vivere integralmente la giornata.
L’entusiasmo di vivere lo devi ricercare in te stesso, dandoti una smossa, e non andando ad ubriacarti quasi tutte le sere, rientrando a casa chissà a che ora. No ragazzi, questa non è vita, ma è soltanto un modo per nascondersi davanti alle difficoltà della vita.
L’anno scorso, più o meno di questi tempi, sono andato a Pescara al concerto di Manu Chao e non soddisfatto della posizione dove avevano situato il palco per i disabili, ho sfidato la calca del pubblico e molto lentamente ho iniziato ad avvicinarmi al palco, con la carrozzina elettrica, dove si stava per svolgere il concerto. Una volta arrivato davanti, alcuni ragazzi mi hanno preso di peso, con tutta la carrozzina, facendomi oltrepassare le transenne che dividevano la platea e il palco.
Il servizio d’ordine vedendomi, e non raccapezzando come avessi fatto ad arrivare fin là, me ne disse di tutti i colori, perché secondo loro era pericoloso che io rimanessi lì da solo, quando è intervenuta una ragazza con la sua bambina di appena sette anni, le quali si sono offerte di starmi vicino, facendo così tacere chi non voleva che rimanessi là.
Carissimi, il disabile non ha bisogno del palco o una zona riservata, ma il disabile è soltanto un povero Cristo, che al posto delle gambe, ha quattro ruote per muoversi, poi ha gli stessi diritti di chi può camminare con i suoi piedi. Chi pensa di fermarmi si sbaglia di tanto, perché, per quanto mi riguarda, stando su questa sedia a rotelle ho fatto le peggio storie, affrontando a testa alta ogni minima difficoltà.
Se la mamma di questa creatura mi sta leggendo, si faccia sentire, perché, grazie a lei, ho visto il più bel concerto della mia vita.
Mentre scrivevo il libro, «pensando a noi, viaggio nell’intimo più profondo», ritenevo che la peggior cosa che avessi mai provato sulla mia pelle fosse la solitudine. Andando ad analizzare più a fondo il comportamento delle persone, mi sto accorgendo, sempre più, che esiste un’altra cosa assai più brutta della solitudine, senza contare che è più dolorosa della prima, per chi è costretto a subìrla.
Questa cosa che non so definire con un termine più appropriato si chiama indifferenza.
Sì!!! Cari miei lettori del sito, è proprio questo il male di chi ha tutto, e pensa di avere il mondo ai suoi piedi, soltanto perché ha due gambe per camminare, non accorgendosi di chi sta peggio di lui.
Chiunque si voglia avvicinare a fare del volontariato, deve mettere in conto che non ci sono da fare solo le cose materiali, come per esempio far mangiare chi non ha le capacità per farlo, o stendergli i panni etc etc, ma il compito più grande e più bello che possa svolgere è quello di lasciarsi coinvolgere dalla vita del singolo, perdendoci anche del tempo, se vuole, ma ricevendo tantissimo in altre cose, le quali vanno ben oltre lo stipendio di fine mese.
Ieri ricorreva il ventesimo anno della scomparsa del fondatore della Comunità di Gorra, dove ho vissuto per la bellezza di sette anni. Desidero ricordarlo così.
Era un uomo molto umile, con una volontà di ferro. Dal niente che possedeva, ha aperto una comunità, con varie case annesse, dando ospitalità a chiunque la richiedeva. Il suo progetto di vita era quello di dare una famiglia a chi non l’aveva più, o non l’aveva mai avuta. Riusciva ad affrontare le difficoltà della giornata a testa alta, avendo sempre una parola buona per tutti e non tirandosi mai indietro a niente, a tal punto di rischiare la morte, come purtroppo è successo quella notte del venticinque luglio, del 1984, quando si è schiantato contro un parapetto di un ponte, a circa trecento metri dalla comunità, mentre ritornava dalla stazione con un ragazzo minorenne.
Grazie Don Natalino, grazie di avermi ospitato nella tua casa, ma soprattutto grazie, per l’umiltà che ogni giorno portavi nel cuore e che mi hai trasmesso con molta serenità.
Ehi tu, che viviamo sotto allo stesso tetto, ma anche tu che non mi conosci e non sai chi sono, se desideri essere rispettato, inizia tu ha rispettare chi ti sta accanto. Tutto questo è semplicissimo, basta aprire la porta del cuore che è in te, e la vita si trasformerà in un bel gioco, il gioco della solidarietà e della condivisione con chi non puoi sopportare, soltanto perché non lo conosci.
Tratto dal racconto ad un giovane.
«Per quanto mi riguarda personalmente, non so cosa avrei fatto, se fossi stata nelle tue condizioni, perché sono tanto timida, quindi probabilmente sarei rimasta chiusa in casa ad aspettare il messia che mi venisse a prendere»
Non dire così perché la vita è bellissima anche su una sedia a rotelle, tutto sta ad accettare le proprie limitazioni, poi tutto si trasforma in un bel gioco fra te e i muscoli del tuo corpo, i quali sono difficilissimi da controllare a causa delle lesioni causiate dal forcipe al momento del parto.
«Scusa la mia ignoranza in materia, ma cos’è il forcipe?».
Il forcipe non è altro che un affare di ferro tipo pinze, le quali servivano, e servono tutt’oggi, a tirare fuori i bambini dall’utero della madre. In pratica cosa mi è successo? Mi hanno preso male la prima volta, quindi li sono scivolato e sono rientrato nell’utero di mia madre, la quale soffriva maledettamente a causa della lacerazioni che questo marchingegno infernale le aveva procurato. Mi hanno ripreso una seconda volta, ma la seconda volta è stata fatale, perché mi hanno stretto troppo la testa, danneggiando irreparabilmente il cervello.......
Riflessioni.
Un anno e mezzo fa, mi sono immaginato questo colloquio con una giovane, dove lei mi chiedeva delle informazioni del perché mi trovassi a vivere tutta una vita, su un sedia a rotelle, invece di camminare come tutti, ed io gli spigavo come era andata.
Nella vita bisogna accontentarsi di ciò che ci viene donato, perché, anche se non credo in un Dio ben preciso, ritengo che la vita sia un dono, e vada vissuta come tale. E’ inutile che io mi illuda di mettermi gli sci ai piedi, o di andare a fare una camminata in riva al mare, perché so già in partenza che non la potrò mai fare
Tu che hai due gambe, ti vedo tanto scontento di tutto, e ti pesa a farmi le cosa che mi sono necessarie, prendi esempio da chi sta peggio di te, e non ti fermare davanti ad un osso di formica, ma affronta a testa alta ogni minima difficoltà della tua giornata Se riuscirai a fare questo piccolo salto di qualità, ci metteremo gli sci ai piedi, e faremo una bellissima sciata assieme, la sciata della vita, verso un mondo più onesto e più umano per tutti, il mondo dell’amore reciproco, dove non ci sono limitazioni di nessun genere, perché l’amore non ha barriere.
Tantissime persone, volontari e non, mi chiedono di non ringraziarli quando mi aiutano a fare qualcosa, a chi fa questa domanda io gli rispondo così: «il mio ringraziamento verso la persona che mi ha aiutato, vuole essere soltanto una forma di rispetto nei confronti di chi mi da una mano»
Se il mondo capisse questo piccolissimo concetto di vita quotidiana, e riuscisse a farlo capire ad ogni capo di governo, non ci sarebbero più guerre, ma l’umanità vivrebbe in un mondo fantastico, fatto esclusivamente di pace, quella pace che tutti desiderano, ma che nessuno inizia a fare, perché il rispetto costa tanta fatica.
Penso che qualsiasi forma di aiuto verso l’altro, in qualunque forma lo si voglia chiamare, se non viene fatto con ll cuore, sarebbe meglio non svorgerlo, perché non ha senso.
L’aiutante se vuole fare una esperienza che in qualche modo gli cambi la vita, deve diventare un tutt’uno con l’altro che ha bisogno di lui.
Tu, che hai deciso, di tua spontanea volontà, di mettere del tempo a disposizione verso chi sta peggio di te, riponi nel cassetto i tuoi interessi, e mettiti a completo servizio del bisognoso. Soltanto se farai questo piccolo salto di qualità, riuscirai a fare qualcosa di bello e di importante per te stesso.
Tratto da un racconto ad una giovane.
Non ricordo più in quale anno ho fatto il mio primo viaggio senza i miei genitori, ma quel viaggio mi fece capire che, se non mi volevo sentire un handicappato per il resto dei miei giorni, mi dovevo dar daffare, perché all’epoca, noi handicappati, non ci poteva vedere nessuno, a tal punto che, uno dei quattro che eravamo, non finisce dritto dritto in acqua, sospinto da uno sconosciuto perché non ci voleva lì, in quanto persone diverse da lui. Da qui mi è nato un senso di ribellione che.......
Riflessioni.
Anche se questo fatto è successo in Ungheria, ma la realtà Italiana non era tanto da meno.
Al riguardo desidero raccontarvi un episodio dei tanti, che ho subìto sulla mia pelle, quando mi sono inserito alle scuole superiori.
All’epoca non c’erano leggi apposite per l’inserimento del disabile nelle scuole pubbliche, quindi al momento dell’iscrizione, mia madre e mio fratello andarono a parlare con il preside, per spigargli tutte le difficoltà del caso, ma lui gli disse che non c’era alcun tipo di problemi, perché aveva già avuto a che fare con queste problematiche: così mi iscrissi.
Arrivati all’apertura dell’anno scolastico, immediatamente iniziarono i problemi, dalla struttura non idonea per chi aveva dei problemi di mobilità, infatti l’aula di dattilografia era situata all’ultimo piano dell’edificio, il quale era sprovvisto di ascensori; dalla non accettazione degli alunni, i quali mi facevano saltare come una cavalletta impazzita sulla carrozzina, tirandomi delle palline di carta alla schiena, al corpo insegnante, che non sapeva quali pesci prendere, non essendo mai venuti a conoscenza con il mondo della disabilità fisica.
Viste le problematiche del caso, volevano che cambiassi istituto, ma categoricamente rifiutai. Da quel momento iniziò il mio calvario, con molta tranquillità iniziai a studiare, e a far vedere il primi risultati. Il corpo insegnante iniziò finalmente a prendere sempre più confidenza con questo mondo, ancora rimasto all’oscuro della disabilità.
Per quanto riguarda i miei compagni di classe, se così si vogliono chiamare, non mi hanno dato tregua fino alla fine del quinto, quando un bel giorno di primavera, esausto da tutte le ingiustizie subìte, feci chiamare il preside, che gliene disse quattro.
Sinceramente non pensavo mai di arrivare a questo punto, di far chiamare il preside, perché mi aspettavo che prima o poi capissero da soli.
Per finire il capitolo scuola, arrivati all’esame di maturità, il tema di italiano non ho avuto difficoltà a svolgerlo, perché l’ho scritto con la macchina da scrivere. Il problema è sorto per la seconda prova scritta, che quell’anno era ragioneria, impossibile da svolgere con la macchina da scrivere, perché c’era da fare un esercizio in partita doppia. La commissione mi affiancò un docente specializzato in religione, quindi a fare quel compito siamo diventati scemi in due, perché intanto che svolgevo l’esercizio, dovevo spiegare a questo povero cristo cosa e dove andava scritto quel fottutissimo conto numerario o meno.
Avrei da raccontarvi una infinità di avventure ancora, ma per il momento mi fermo qui. Prima di lasciarvi, vi vorrei dire che: «la diversità non esiste, penso che sia soltanto un fatto di testa, perché si tratta nell’accettazione di chi sta peggio di te». Piccola mia, ricordati sempre che: «io sono uguale a te, ma tu non sei uguale a me, perché ti mancherà sempre qualcosa per essere uguale a me».
La disabilità finirà solo dopo che «la disabilità e l’uguaglianza» si sposeranno, diventando quindi una cosa unica. Soltanto se riusciremo a fare questo piccolissimo salto di qualità metteremo finalmente la parola fine alla diversità di ognuno.